martedì 26 giugno 2007

La mania per l’alfabeto

Immagine di La mania per l'alfabeto

Il libro è composto di materiali eterogenei – alcuni molto buoni (le pagine dedicate all’azienda di “conglomerato bituminoso”, o alla patologia del grafomane Michele) – che formano non so se un romanzo breve con inserti di altri testi o una raccolta di testi con una cornice romanzesca. Il montaggio è pretestuoso, e nuoce all’esordio di Marco, che forse avrebbe dovuto scegliere un genere più codificato, lontano da trucchi metaletterari.

* M. Candida, La mania per l’alfabeto, Sironi, Milano 2007.

8 commenti:

Nevio ha detto...

Lo sto leggendo anch'io... Per il momento, fin tanto che non lo finisco, evito di commentarlo...
Un saluto!
:-)
Nevio

Anonimo ha detto...

Trucchetti metaletterari? Puoi spiegare meglio?
ciao
Marco C*ndida

Cano ha detto...

Ciao Marco! Ci provo. Prima di tutto, non ho scritto trucchetti, ho scritto trucchi (all’inizio, avevo scritto giochi). Mi sembra che tu abbia scelto di scrivere un libro metaletterario, un pastiche, un’opera di letteratura combinatoria. Questi per me sono trucchi, atteggiamenti ludici che dimostrano una sfiducia verso la forma romanzo. Nei commenti alla recensione apparsa sul blog di Iannozzi, hai motivato la scelta in modo preciso: da un lato, volevi evitare di “confezionare un blockbuster” all’americana; dall’altro, volevi produrre un testo adatto alla collana Indicativo Presente di Sironi (testi, diciamo così, sperimentali). Io capisco questa scelta (in fondo, la condivido), però perché hai scritto un romanzo se non hai fiducia nel romanzo? Se il tuo obiettivo è scrivere testi non commerciali, la tradizione ti offre migliaia di generi che non vendono: dal monologo al dramma pastorale, dalla confessione al capitolo in rima. Sono le stesse critiche che farei agli ultimi romanzi di Calvino (se non sbaglio, Sergio Pent, nella sua recensione a La mania per l’alfabeto su «Tuttolibri», ha citato Se una notte d’inverno un viaggiatore), o a Kamikaze d’Occidente di Tiziano Scarpa.

Anonimo ha detto...

Cano, io non ho sfiducia nel romanzo, e ancora mi aspetto che mi precisi meglio questa faccenda dei trucchi o giochi letterari. Io non ho né scherzato, né truccato, né giocato per scrivere La mania per l'alfabeto.

Non ho scritto il romanzo ad hoc per la collana indicativo presente. Il mio obiettivo è scrivere testi che porgano al lettore una griglia dove far filtrare le cose del mondo. Lo scritto deve consegnarti una modalità di rappresentazione del mondo.Questo è il massimo a cui possa aspirare.

Non ho nessun dubbio di aver scritto un romanzo. Nè nessuno lo può mettere in dubbio. Quello èun romanzo.

Tra l'altro: proprio Calvino dice: "Il romanzo è un moribondo con molto fiato in corpo". Il romanzo è una forma letteraria nata in crisi: dal Don Chisciotte in avanti. E' una forma che si ripensa continuamente, quando si presenta nella sua forma più autentica.

Confondere la letteratura industriale - che usa il romanzo come forma più frequente - con la letteratura del romanzo, questo bisogna stare attenti a fare.

Cano ha detto...

Eh eh, vedo che questa storia dei giochi e dei trucchi non ti va proprio giù. Il tuo libro è o non è una combinazione di testi? Secondo me, chi combina dei testi è uno che gioca. Hai citato Don Chisciotte, va benissimo: le storie dei post-it che compaiono nella Mania mi fanno lo stesso effetto delle novelle che spuntano in Don Chisciotte: parentesi ludiche che guastano il coinvolgimento del lettore. Una compagine testuale continua è più efficace per rappresentare un mondo: è più coinvolgente, è più credibile, e può superare qualunque crisi. Detto questo, tu sei libero di scrivere romanzi combinatori – ci mancherebbe altro! – basta che combini bene i testi (la critica è “il montaggio è pretestuoso”, il resto è un suggerimento).

Anonimo ha detto...

Bene, mi basta quel "secondo me" che hai usato nella terza riga.

ciao cano e grazie per aver comprato il libro, per averlo letto e per averlo segnalato - positivamente.

Naturalmente quel 'nuoce' all'esordio di marco mi sembra stoni, ma non importa. Mi sembra che stoni perché ti avventuri in giudizi da esperto di narratologia. E questo stona. Se il libro come hai ammesso ti ha regalato momenti molto buoni, perché pretendere di più o di meglio? Chi se ne importa di come è montato e se il montaggio ti è familiare o estraneo? Ti sei provato a interrogare sul perché è stata fatta quella scelta dall'autore? Ti sei domandato se quella scelta, invece, non sia quella giusta e che fa venire alla luce quel poco di buono che il romanzo ha da offrire? Come fai a sapere che un altra struttura più tradizionale, e a un romanzo del genere, non avrebbe 'nuociuto'? Poi, sei sicuro che 'nuoce'? Nuoce in che senso? A chi nuoce? Per me, no di certo. Per i lettori, ancora no. Per i critici, no, devo dire (escludo iannozzi dal novero dei critici, sebbene lui abbia avuto il fegato di andare da laura di radiodj a professarsi critico).
Ma comunque. E' tuo sacrosanto diritto giocare a fare il critico, avventurarti in considerazioni da esperto di narratologia. Bene,
parli di 'combinazioni', ma tu non sospetti nemmeno quante 'combinazioni' e incastri ci sono in la mania per l'alfabeto, e sarebbe bello che qualcuno provasse ad accorgersi di questo... e quanto in là mi sono spinto con l'elaborazione di una struttura. Ti sembra un romanzo senza struttura? E' un errore clamoroso, e il testo sta lì, non si può mentire su questo.

Mi chiedo, da lettore a lettore: ma, diavolo, se un testo ti ha regalato qualche emozione buona, perché, dimmi, perché chiedergli ancora qualcosa d'altro?

Senza rancori,
ma solo difendendo un romanzo di cui sono assolutamente certo e fiero (con tutto che anche la divina commedia, come è stato dimostrato, è migliorabile)
marco

Cano ha detto...

Ma va là, non ho scritto che è senza struttura, ho scritto che la struttura non mi piace. Però, se mi dici che hai speso molte energie sulla struttura, prometto che quando rileggerò il libro ci farò più attenzione. Sai, a volte entro in un libro come in un bar – contravvenendo al divieto di Piero Jahier (dall’Introduzione all’Arte poetica di Paul Claudel, Libreria Editrice Milanese, Milano 1913, p. IX):

Divieto d’entrare in un libro come in un bar. | Perchè il primo incontro con un libro dovrebbe essere meno delicato e complesso di un primo incontro fra noi uomini? Che è segreta-ansiosa domanda di corrispondenza tra le nostre tastiere emozionali, invito all’accordo armonico, e non subito e non sempre, alla percussione centrale della nostra dominante.

caino ha detto...

ho conosciuto marco, è stato uno scontro di ideologie sulla scrittura.
ho letto parte del suo libro.
commento perchè questo post dice cose vere. e quelle che non dice, beh, fa lo stesso.